In questa sezione troverete dei "Pensieri" lasciati dai nostri "supporter"

 


ELIO


MARIO SALVINI


ALESSANDRO MAESTRI


AMORE PER IL DIAMANTE!

di Renzo Merler

 

L’amore per il baseball è una cosa che hai dentro, che ti porti dietro da bambino. È una sorta di DNA, di impronta genetica che ti costituisce e costruisce. Lo riesci a manifestare in diverse maniere: giocando, allenando, scrivendo… Io faccio parte di quest’ultimo gruppo, di quelli che, quando parlano di baseball, hanno le dita talmente veloci che socchiudono gli occhi e poi le fanno andare, leggere sui tasti, più veloci dei pensieri che ti frullano nella testa. Anzi, a dirla tutta sembra quasi che il cervello in evidente affanno cerchi di mandare gli impulsi alle dita, che corrono allegre lungo la tastiera, a comporre quello che a ragione o a torto si può definire una sinfonia del baseball.

 

Oggi a Trento al Festival dello Sport, nella giornata del baseball, si sono presentati due libri estremamente interessanti. Il primo edito da Baldini + Castoldi ed a firma di Elio e Alessandro Maestri, porta un titolo abbastanza curioso: Mi chiamavano Maesutori (il cognome di Maestri tradotto in Giapponese), il baseball e la vita dalla Romagna al Giappone, passando per gli USA. Racconta delle prodezze di Alessandro Maestri. È un libro scritto a quattro mani dal musicista ed uomo dello spettacolo Elio, ex giocatore e appassionatissimo di baseball, e Alessandro Maestri, ex giocatore della nazionale italiana e uno dei primi italiani ad essere stato chiamato a giocare negli Usa e nel campionato giapponese.

 

Il secondo libro, una carrellata di dieci storie per innamorarsi del baseball, porta il titolo “Il diamante è per sempre”. È stato scritto da Mario Salvini, nato a parma nel 1969 e redattore della Gazzetta dello Sport. La sua abile penna sa raccontare gli sport cosiddetti “minori”, di nicchia, fra i quali il baseball. La sua penna scova personaggi e storie, che poi fa vivere sul suo blog “Che Palle!”.

 

Ebbene, oggi a Trento a margine della presentazione, alla quale hanno partecipato quasi tutti i “lupi” del Trento Baseball, Mario Salvini con una sua frase è come se avesse consegnato direttamente nelle mie mani il premio Pulizer quale miglior giornalista sportivo. Invitato a seguire il nostro sito ed i nostri canali social, ci ha svelato che già lo fa, ed anzi ha sottolineato che ha “trovato diversi scritti molto interessanti” sulle nostre pagine web. Ebbene, per il sottoscritto è stato come aver fatto segnare un fuoricampo. Ho chiuso gli occhi e le mie dita, veloci, hanno percorso tutto il diamante con la mente che questa volta ha svolazzato leggiadra gustandosi il virtuoso applauso dei virtuosi tifosi.

 

Un riconoscimento alla passione, la stessa che anima i ragazzi in campo, la stessa che anima gli accompagnatori, gli allenatori. La stessa che anima chi fin da bambino porta nascosto dentro di sé l’amore per il baseball!

 


DATE IL BUON ESEMPIO!

di Renzo Merler

Ci sono dei luoghi comuni, delle frasi fatte, che calzano a pennello in ogni stagione. Una di queste, forse la più conosciuta, è “come un buon padre di famiglia”. È quello che solitamente si chiede a chi si dedica alla comunità, al bene comune, agli altri. Gli si chiede di comportarsi, di governare, di gestire, “come un buon padre di famiglia”.

Altro luogo comune che si usa spesso è “dai il buon esempio”. E di solito questa frase viene utilizzata dal “buon padre di famiglia” per esortare il figlio maggiore a crescere nell’impegno, nell’onestà, nella consapevolezza che sarà un faro per i fratelli minori.

E che ci azzeccano queste cose con il baseball? Ci azzeccano, ci azzeccano!

Da sempre sono un sostenitore del fatto che il giocatore della prima squadra ha l’obbligo - oltre che di impegnarsi sul campo per cercare di ottenere un risultato che giovi alla propria formazione - di ben fare perché è un faro per gli atleti che militano nelle giovanili. Ricordo con piacere quando da ragazzo giocavo a calcio, negli Allievi. Ed avevo una venerazione totale per i giocatori della seconda categoria, la nostra prima squadra.

A distanza di anni la cosa si ripete, e non voglio nascondere che quando ho letto lo scritto del piccolo grande Maximilian mi sono commosso (e nemmeno poco!).

Lui, con le sue dieci righe, ha descritto perfettamente il sogno di un bambino, ha descritto perfettamente la venerazione verso la prima squadra, ha saputo toccare con quella innocenza di bambino il mio cuore, e penso anche quello di tutte le persone innamorate del baseball.

In quelle poche righe ho letto un chiaro messaggio rivolto ai ragazzi della prima squadra: fate bene, impegnatevi a fondo, perché voi siete gli eroi dei vostri “colleghi” più giovani. Voi siete l’obiettivo di quanti si avvicinano con innocenza alla disciplina sportiva più romantica di tutte: il baseball.

Date il buon esempio, dentro e fuori dal campo, perché i lupacchiotti hanno fame di imparare, vi tengono d’occhio…

 


"YES WE CAN"

di Renzo Merler

C’è un ragazzino, di colore, che tiene orgogliosamente in mano una mazza da baseball. C’è un ragazzino che come tanti altri prova a cimentarsi in quella che – a torto o a ragione – si può definire come la disciplina sportiva più romantica di tutti. Facile fare un’associazione: quando si parla di ragazzino di colore, immediatamente si corre indietro nel tempo, fino alla fine degli anni ’40, quando Jackie Robinson fece il suo debutto nella major league americana. Eppure quel ragazzino, di colore, non è Jackie Robinson. Quel ragazzino si può definire come un “figlio” della storia di Jackie, un figlio della caparbietà di Wesley Branch Rickey, il presidente che volle ad ogni costo Jackie nei Brooklyn Dodgers. Eppure quel ragazzino, nel corso della sua vita, è diventato sicuramente più famoso di Jackie, e allo stesso modo ha segnato la storia facendo qualcosa di importante e dedicandosi con tutto se stesso ad una visione che ha rincorso fin dapiccolo.
C’è un ragazzino, di colore, che tiene orgogliosamente in mano una mazza da baseball, e che risponde al nome di Barack Obama.
Ci sono tanti, tantissimi altri ragazzini, di colore, bianchi, gialli, rossi. Tutti appassionati di baseball, tutti orgogliosamente con una mazza in mano. Sono sparsi nel mondo, quasi come qualcuno avesse voluto spargere “a spaglio” il seme del romanticismo, il seme della disciplina sportiva più bella in assoluto. E prendendo spunto da google, avviciniamo la nostra mappa, ingrandendola sempre più ed arrivando fino ad una città del nord Italia, dove il basaball si gioca da tanti anni, dove da cinque anni una nuova società sportiva sta costruendo la sua “casa” o meglio la sua “tana”, mattone su mattone.
Ci sono diversi ragazzini, tutti orgogliosamente con una mazza in mano! Sono i “lupacchiotti” del Trento Baseball. Mi correggo: ci sono diverse ragazzine e ragazzini, tutti orgogliosamente con una mazza in mano!
Tre le “perle” della società, nata da una azione romantica di alcuni genitori che si sono improvvisati dirigenti, cinque anni or sono. Improvvisati si, ma che stanno reggendo la società, stanno tirando le fila in maniera impeccabile, costruttiva, seria e determinata.
Il loro progetto di baseball, a Trento, è fatto di sacrifici, di voglia di costruire, di puntare a traguardi posti “un po’ più in là del quotidiano”. E i ragazzini apprezzano, e le fila si ingrossano, e le tre perle diventano importanti: under 12, under 15 e serie C. La scelta di portare a Trento un tecnico di capacità indiscusse sta ripagando gli sforzi: stanno aumentando gli iscritti nelle categorie inferiori. Sta aumentando la capacità di gioco nelle categorie intermedie, si sta rafforzando la qualità agonistica della prima squadra.
Il treno dei lupi, grazie all’indomabile Ernesto Del Rio, è in piena corsa. I giovani - come una scultura – sono cesellati dalle abili mani del coach, lungo un percorso che inizia da giovanissimi per arrivare all’approdo in prima squadra. Abbiamo bisogno di alimentare il sogno, perché la visione romantica di cinque anni fa possa continuare a crescere come una pianta, a fiorire e a dare frutti.
C’è un ragazzino, di colore, che tiene orgogliosamente in mano una mazza da baseball. C’è un ragazzino, di colore, che nella sua vita ha coniato uno dei più bei slogan che si siano mai sentiti: “yes we can”, “si, possiamo!”.
Ebbene, “si, possiamo” far crescere il sogno, ebbene possiamo far ululare sempre più forte i nostri lupi!
Auuuuuuuuuuu

 


IL "DIAMANTE" DEL BASEBALL

di Renzo Merler

Foto di Francesco Stefenelli

Oggi ho fatto una cosa inconsueta, per me. Oggi sono andato a vedermi una partita di Baseball del campionato Under 12. Era da tempo che volevo farlo ed oggi ho aprofittato, visto che loro giocavano in casa, per togliermi questo desiderio.
Essendo abituato a seguire i ragazzi della Serie C, ovviamente, mi sono reso subito conto di essere entrato in un altro mondo.
La sorpresa, per me, è arrivata dopo un po’ che stavo seguendo la partita. Dapprima mi ero “fossilizzato” a seguirla dal punto di vista agonistico, e quindi vedevo dei bambini che stavano scimiottando nei gesti atletici i loro compagni più grandi, quelli della serie C. Ma poi, come un’opera d’arte alla quale a prima vista non dai la giusta importanza, il gioco mi si è svelato. Ho guardato un po’ più in là, più in profondità. E mi sono accorto di avere di fronte dei piccoli campioni, che interpretano il gioco con le caratteristiche proporzionate alla loro età. Ho visto strategia, capacità agonistiche, furbizia, senso di squadra. Ma ho visto brillare qualcosa, oggi in quel gioco, che spesso nei paraggi delle squadre più grandi non si vede: è la spensieratezza dei giovani della Under 12, che la vedono alla loro maniera. E’ quella cosa, quel gioiello che brilla, che spesso con l’aumentare dell’età diventa opaco, che smette di brillare.

 

Ho visto un terzo tempo che mi ha entusiasmato, con il branco di lupetti intenti a godersi il momento. E mi sono reso conto che me ne stavo in disparte, a rimirare questa opera d’arte. Si perché – e qui mi riallaccio alla frase del coach Marcello Di Stefano, l’opera d’arte è stata realizzata a più mani: da una parte dai giovani campioncini, tutti belli, tutti bravi, tutti pedine fondamentali di un bellissimo branco. Dall’altra dai fantastici genitori, coordinati da uno stratosferico direttivo e, aggiungo io, da dei Coach che lavorano col cuore. Un’opera d’arte, dicevo, un terzo tempo che non avevo mai visto, o meglio che avevo dimenticato potesse esistere. Come avevo dimenticato che potessero esistere partite così belle giocate da dei piccoli grandi campioni, al di là del risultato e al di là dei più perfetti schemi atletici.
Oggi ho visto un gran bel baseball e mi sento di lanciare un messaggio forte ai più grandi, agli atleti della formazione che milità in serie C. Ogni tanto prendetevi del tempo, al sabato, e venite a tifare i vostri colleghi della Under12. Vedrete un gioco che sicuramente avrete conosciuto, che avrete lì nel cuore, negli spazi riservati alle cose più care. Vedrete quel gioiello che brilla, e forse capirete come togliere un po' di patina al vostro, per tornare a divertirvi come i piccoli lupi. Grazie lupetti, grazie a voi, ai vostri genitori, ai vostri coach.

IL LUPO FA BRANCO

di Renzo Merler

 

Il 12 giugno del 2022 nella storia del Trento Baseball sarà ricordato come una giornata particolare, calda, caldissima. Il 12 giugno del 2022 sarà ricordato come data della prima di ritorno, nel campionato della serie C. E – come si dice – il ritorno di un campionato è il giro di boa, il punto dove si può tracciare la linea e fare un primo bilancio della stagione agonistica. Al quinto anno domini dalla nascita di Trento Baseball, questo bilancio assume il peso di un macigno, rovente!

 

Come dire: sarà che il branco “sente” gli appuntamenti importanti, sarà che il branco è cresciuto notevolmente da quel 10 aprile in cui ebbe inizio il campionato, fatto è che il macigno del 12 giugno è arrivato, inaspettato, sulla testa degli avversari, quelli del CUS Trento. Infatti giova ricordare che nell’andata, con la medesima formazione presente in campo, aveva rifilato ai nostri giovani un sonoro 12 a 1. Una delusione cocente, per noi, prima di una serie di batoste che hanno alle volte scoraggiato i nostri ragazzi.

 

Poi il “segnale”, quella partita a Romano d’Ezzelino, ai piedi del Sacro Monte degli Alpini: il Grappa. E lì è iniziata la vera salita, per i nostri. Lì si è vista per la prima volta in campo tanta voglia di fare, di crescere. Il nostro tecnico Ernesto, bravo a capire il momento giusto al pari di Paul Cayard quando nel 1992 leggeva il “buono” delle folate di vento nei mari statunitensi di San Diego, in California, a bordo della barca italiana “il moro di Venezia” dell’indimenticato Raul Gardini, ha iniziato a far lavorare sodo i ragazzi, tutti molto giovani. E che – non va dimenticato – spesso si sono trovati a competere con uomini fatti e finiti, che in qualche caso potrebbero tranquillamente essere stati i loro genitori.

 

Tornando alla prima partita del girone di ritorno, tutti hanno fatto il loro lavoro, trascinati da capitan Francesco Merler che ha voluto rimanere sul monte di lancio per ben nove inning. Il branco ha dimostrato di essere compatto, di avere fame, tanta fame. E lo ha dimostrato nel più bel modo possibile, vincendo una partita per 13 a 6, andando subito in vantaggio e mantenendo sempre quei due punti sull’avversario, fino al settimo inning nel corso del quale hanno deciso di schiacciare il piede sull’acceleratore e di salutare gli avversari dallo specchietto retrovisore. Bravi!

 

 

In conclusione una nota: nel corso del terzo tempo il branco ha festeggiato. Non la vittoria, ma il compleanno di uno degli Atleti: Christian Bert. 18 anni per lui che rimarranno indimenticabili, con i suoi amici stretti attorno, un bel regalo da tutta la società e la prima vittoria da attaccare al bavero della giacca.

 

Cosa volere di più dalla vita? Un tucano? Meglio un Ibis eremita, che in via Fersina oramai è di casa.

 

Auuuuuuu alla prossima!

 


EMOZIONI

di Renzo Merler

La mia mente corre lontana, indietro di quasi cinquant’anni. La mia mente corre come a scorrere una pellicola di un film, a ricordare quei ragazzini di paese, che si divertono con poco, che giocano in strada con due biglie o semplicemente con i tappi corona delle bottiglie. E che sono incuriositi dalle novità, tutte. Così un giorno di sole, con l’aria tersa, i ragazzini vanno al “campo da calcio”, unico impianto da condividere con i “nemici” del paese vicino. Il campanilismo è molto forte. Le divisioni anche! E spesso i ragazzini delle due fazioni al sabato si trovano proprio sul terreno di confine, per menarsi di santa ragione. Una pratica, questa, che va avanti fin dalla notte dei tempi, sembra. È domenica, un giorno speciale…avviene una cosa strana, una sorta di miracolo: infatti, al campo da calcio – non di sicuro un campo come quelli attuali, con erba vera o sintetica, impianti di illuminazione ed ogni comfort per gli atleti – arrivano dei giocatori decisamente inconsueti: vestono pantaloni larghi, lunghi, tenuti fermi dal ginocchio in giù dai calzettoni. Le maglie a righe, strane, come strano il cappellino. Si divertono a colpire una minuscola pallina bianca con una mazza di legno. E corrono…corrono come se non esistesse un domani. Sono i giocatori di baseball, una disciplina importata dagli Stati Uniti e che in Italia è ancora poco conosciuta.

I ragazzini incuriositi cercano di seguire il gioco, di carpirne le regole…ma non è facile. Ad un certo punto dalla panchina si alza un giocatore, si avvicina al punto dove la pallina viene lanciata, si prepara per battere. Scava con i piedi due buche, dove è sicuro di avere la massima aderenza, si sputa sulle mani, afferra la mazza di legno e la fa roteare sopra la propria testa, quasi a voler mandare un messaggio subliminale al lanciatore…

 

 

E l’incanto prosegue, con il lanciatore della squadra avversaria che si rigira la palla fra le mani. Da una parte un grande guantone e sulla destra la mano libera. Quando tutto è pronto, il lanciatore si ferma, scruta l’avversario. Nell’aria si respira il momento e tutto sembra bloccato. Gli uccelli hanno smesso di cantare, la brezza che fino ad un attimo prima leniva il caldo sembra bloccata, come quando si trattiene il respiro. Il lanciatore si gira su un fianco, indietreggia il braccio destro, alza la gamba e “bam”, scaglia la sua sventola da paura.

 

La palla corre veloce verso il battitore, che non si fa trovare impreparato e colpisce forte, fortissimo. Succede l’irreparabile: un forte rumore di legno rotto accompagna la pallina che vola lontana, in fondo all’orizzonte, fuori dal campo. Mazza rotta! Il battitore raccoglie gli applausi di tutti i presenti, correndo al rallentatore e battendo platealmente il piede su ognuno dei tre cuscini bianchi che sporgono dal terreno. Arriva al punto dove aveva battuto, e chiude il suo giro trionfale. Si ferma, raccoglie la mazza, la guarda e sorridente si gira verso quei ragazzi. Ne individua uno e lo chiama: “bocia, vei qua!”

 

Che emozione, quel campione (che tutti nominavano Giorgio “Cuba”) chiama proprio me. Io corro verso di lui che allungando la mazza mi dice: “Tò, questa l’è tua!”. Che onore, tutta mia! Una mazza da baseball che io non ho mai visto prima in vita mia.

 

Ebbene, quella è stata la scintilla che mi ha fatto innamorare del baseball. Uno sport per tanti ma non per tutti. Uno sport da gentiluomini. Uno sport magico, che vive di emozioni appunto.

 

 

E ora “shiftiamo” veloci, cinquant’anni dopo, al 23 maggio 2022 al campo da baseball di Trento. Emozioni allo stato puro! Un invasione di ragazzini, tanti, tantissimi. Tutti con la voglia di provare a masticare terra rossa, a battere il piede su quel cuscino bianco che sporge dal terreno. Con la voglia di imbracciare una vera mazza da baseball, di colpire una vera pallina bianca per scagliarla il più lontano possibile. E tutti con una tremendissima voglia di correre veloci, così veloci come se non ci fosse un domani.

 

I nostri tecnici intenti a spiegare regole, ad insegnare i “trucchi del mestiere”. E i ragazzini come spugne, pronti ad imparare.

 

 

Passano gli anni, ma le emozioni sono sempre tantissime. Il 23 maggio del 2022 verrà ricordato come un giorno in cui si è visto “uno spettacolo di beisbol, più che il concerto di Vasco Rossi” come ha osato dire Ernesto De Rio Carceller, il tecnico Cubano che a Trento si sta conquistando l’affetto dentro e fuori il campo.

 

A Trento si vive per le emozioni, per masticare terra rossa, per provare a battere il piede sul cuscino bianco che sporge dal terreno, per imbracciare una vera mazza da baseball, per colpire una vera pallina bianca. E per correre veloci, così veloci come se non ci fosse un domani!

 


42 VOLTE BRAVI

di Renzo Merler

Sto pensando spesso a Jackie Robinson, in questi giorni. Sto pensando spesso a quel capolavoro di film, 42, diretto da Brian Helgeland. Sto pensando alla tenacia di quel ragazzo nero, primo giocatore di colore nella Major League. E lui nella Major League ci è arrivato 75 anni fa, con i Brooklyn Dodgers, negli anni in cui la barriera razziale era ancora molto forte, negli States. Settantacinque anni, una vita! Ma lui, il giovane Jackie, grazie alla sua tenacia ha fissato la sua giovinezza, ha consegnato ai posteri il suo modo di giocare a baseball, le sue caratteristiche, le sue imprese.
Chiudo gli occhi, e vedo Jackie mentre con le braccia larghe, mentre muove le dita, è pronto a "rubare" dalla prima in seconda base. Sta attendendo solo che il lanciatore o il catcher sbaglino qualcosa...
Chiudo gli occhi e vedo il nostro Filippo Lacchin, medesimi gesti, medesimo scatto felino, medesima furbizia. Apro gli occhi di scatto: si, è proprio Filippo, del Trento Baseball, che sta giocando sul terreno del campo di Romano d'Ezzelino. E uno!
Richiudo gli occhi, ritorno al film, ritorno ai sacrifici di quel ragazzo che amava il baseball più della sua dignità, del suo orgoglio. Ed eccolo lì, pronto a battere con quel suo modo inconfondibile. Come inconfondibile è quel rumore prodotto dalla mazza che va a beccare in pieno la palla e la spedisce lontano, lontano da casa base e dalle mani degli avversari.
Ed eccolo, dopo aver colpito la palla, che rimane quasi stupito del suo gesto...incitato dai compagni comincia a correre, sempre più veloce, verso la prima base. E ci arriva alla prima base, saltellando, felice. Bravo Jackie!
Apro gli occhi ma...ma non è Jackie. È il nostro Giacomino, Giacomo Segalla...e gioisce, fuori, ma soprattutto dentro! Che bello, che soddisfazione!
Poi arriva il momento di correre in seconda base, di arrivarci. Salvo! Bravo un'altra volta!
Chiudo gli occhi, Jackie comincia la sua avventura in prima base. Ma lui in prima base non ha mai giocato. Eppure il suo Coach ci crede, lo maltratta quasi per farlo stare in quel ruolo. Arriva una palla, Jackie si allunga, tenendo un piede sul cuscino. Si allunga ancora, prende la pallina col guantone e...eliminato!
Riapro gli occhi, la magìa si ripete. Al posto di Jackie c'è Andrea Giudice Gomez Moncada. Sembra quasi di gomma per quanto si allunghi. Eppure il suo gesto è estremamente concreto, elimina avversari, funziona!
È un film bellissimo, quello che sto guardando. Richiudo gli occhi, li riapro in continuazione. E via via ogni scena cambia magicamente da Jackie ai nostri...Francesco Merler, Alexander Nardon, Leonardo Gianotti, Christian Bert, Lorenzo Aquilano, Stefano Paissan, Luca Tarter, Alessandro Ferrari, Martino Merler, Ankush Villotti...
Che storia magnifica, che storia di perseveranza, di passione, di abnegazione. Il tabellone è come un rumore di sottofondo, lontano, quasi impercettibile. Quello che rimane in primo piano è lo spirito di squadra, la voglia di crescere, il gesto atletico. La costanza, la perseveranza.
Che bello, questa volta ho visto proprio un bel film.

 


PAOLO CASTAGNINI

Il saluto del "Lupo Alfa", direttamente dagli States


CRISULA STAFIDA

L'attrice trentina di origini, ci regala un video di incitamento.


LUCIO GARDIN

Il comico trentino non ha voluto mancare negli incitamenti ai nostri ragazzi.


FANFARA PIEVE DI BONO

Alcuni componenti la Fanfara Alpina Pieve di Bono si uniscono agli incitamenti, direttamente dall'Adunata degli Alpini di Rimini 2022.